La ceca castagnola di natale

Avevo deciso di non parlare di questo libro, perché non riuscivo proprio a trovare un dolce da abbinare ne alla storia, ne tanto meno a nessuno dei personaggi. Pensavo è una storia troppo amara per essere paragonata a qualcosa di dolce e bello. Ero pronta quindi a mettere in discussione la mia tesi secondo la quale ogni libro, ogni personaggio, ogni storia porta dentro se un dolce.

Poi ieri mi giro e su quel tavolino vedo loro, chiuse miseramente in una squallida bustina di plastica da congelatore, delle “Castagnole”. Tralasciando il fatto che le “Castagnole/Tortelli milanesi/Zeppole” sono dei dolci tipici di carnevale, per cui erano già fuori luogo visto che siamo a natale. Per cui ho pensato che erano fuori luogo esattamente come, fuori luogo (fuori tempo) è la cecità improvvisa che colpisce l’umanità di Saramago.

"Dopo come se avesse appena scoperto qualcosa che fosse obbligato a sapere da lungo tempo, mormorò, triste. e' di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria."

“Dopo come se avesse appena scoperto qualcosa che fosse obbligato a sapere da lungo tempo, mormorò, triste. e’ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.”

Queste povere castagnole così come quei poveri ciechi, erano li ammassati, alla bell’e meglio in quella oleosa bustina di plastica, troppo piccola per contenerle tutte. Strette tra loro, messe lì senza alcun garbo, sembravano quasi sgomitare per farsi spazio in quell’asfissiante bustina. Non erano neanche ricoperti dal classico zucchero a velo, che solitamente li ricopre e li abbellisce.

Nonostante questo però queste maltrattate “Castagnole” avevano una bella forma ed erano dorate al punto giusto, per cui chi li aveva fatte non era poi tanto inesperta, ma semplicemente ignora la regola basilare della pasticceria o comunque del cibo in genere: Si mangia prima con gli occhi e poi con la bocca. Ecco queste castagnole rappresentavano il digiuno completo per gli occhi.

Nonostante questo però le care castagnole, un merito lo hanno avuto,e cioè quello di farmi ricordare la scena dell’arrivo di più di duecento ciechi all’interno del manicomio, che sgomitano e si schiacciano a vicenda per riuscire ad entrare.

"Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono".

“Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

Josè Saramago scrive “Cecità” negli anni novanta, ma in realtà il libro non ha un ambientazione specifica o un tempo specifico. In una città imprecisata, di una nazione qualsiasi in un tempo qualsiasi all’improvviso l’intera popolazione viene colpita da un improvvisa cecità “lattiginosa”, luminosa. Coloro che cadono vittime di questa strano male non cadono nell’oscurità, ma è come se fossero sempre immerse in un accecante luce, non c’è una motivazione specifica perché questo accade, ma accade.

Saramago descrive in questo “capolavoro” come l’intera popolazione vittima di questo male, cade nella brutalità più totale, un po’ com’è accaduto a quelle povere castagnole, anche loro buttate li senza un vero motivo, e brutalizzate all’interno di un luogo troppo stretto per contenerle, e senza il minimo abbellimento.

Saramago come la signora delle castagnole ci mostra l’abbruttimento umano, ci disegna questi uomini e queste donne, ammassati come delle castagnole in una busta/manicomio, nella quale si muovono sgomitando arrancando, odiandosi.

L’artefice delle castagnole è un po’ come quel Dio di Saramago, che ad un certo punto decide di divertirsi a vedere come gli uomini riescano a diventare bestie, come siano capaci di abbruttirsi di fronte all’impossibilità di vedere. L’autore ci dimostra quanto sia vera la teoria dell’ “homo homini lupus est” di Hobbes. In un momento terribile come può essere quello di diventare improvvisamente tutti ciechi, l’uomo che fa invece di diventare un’unica cosa? invece di unirsi per sopravvivere? Cerca di sopraffare l’altro, si abbruttisce, diventa indifferente alla sofferenze degli altri.

Più che una cecità fisica quella che ci descrive Saramago è la cecità morale degli uomini. Per lui l’umanità è ormai ceca pur vedendo, perché disconosce completamente cosa sia la solidarietà. Il Dio di Saramago dà all’umanità una nuova possibilità, gli elimina uno dei sensi principali, di modo che essa riesca a ridiseganare la propria forma, attraverso nuovi schemi. Attraverso nuove modalità, migliori di sicuro. Ed invece no, l’umanità si dimostra nuovamente per quella che è, dimostra la sua totale incapacità di abbellirsi.

"Siamo talmente lontani dal mondo che tra poco cominceremo a nin sapere più chi siamo, nenache abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo. A cosa ci sarebbero serviti i nomi. nessun cane ne riconosce un altro dal nome. e' dall'odore che identifica e si fa identificare. Noi qui siamo come un'altra razza di cani, ci riconosciamo dal modo di abbaiare, di parlare. Il resto, i lineamenti il colore della pelle, degli occhi è come se non esistessero."

“Siamo talmente lontani dal mondo che tra poco cominceremo a non sapere più chi siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo. A cosa ci sarebbero serviti i nomi. Nessun cane ne riconosce un altro dal nome. e’ dall’odore che identifica e si fa identificare. Noi qui siamo come un’altra razza di cani, ci riconosciamo dal modo di abbaiare, di parlare. Il resto, i lineamenti il colore della pelle, degli occhi è come se non esistessero.”

Io non conoscevo questo autore, ignoravo completamente la sua esistenza. Scoprirlo è stato meraviglioso, mi si è aperto un mondo che adoro. Adoro quello che scrive e soprattutto amo “come” lo scrive. Saramago ha uno stile tutto suo, io lo definisco “tutto d’un fiato”. Lui non utilizza la punteggiature soprattutto nei dialoghi. La cosa meravigliosa è che questo non lo fa perdere, non ti fa perdere.

Sembrerebbe quasi che ti perdi in questo enorme unico discorso, ma invece non è così, tutto è scandito alla perfezione. Magnifica è poi la sua capacità di “spersonificare” ogni personaggio, L’autore infatti non da un nome a nessuno dei suoi personaggi, ma li identifica solo attraverso delle loro caratteristiche.

Geniale è poi anche la trovata di lasciare uno solo dei personaggi , e cioè “la moglie del medico”, sana tra i cechi. Lei diventa gli occhi del lettore che attraverso lei possono osservare tutto cio’ che accade.

E’ questo quindi un perfetto libro castagnola, da leggere assolutamente, per vedere senza vedere, quanto terribile può essere l’uomo, e quanto stupido sia a non cogliere nessuna delle possibilità di redenzione che gli vengono dati.

Jose Saramago ci dimostra come l’umanità non vede pur vedendo.

"Caproni sono quelli là, commentò una voce possente, senza immaginare di corrispondere alla pastorale reminiscenza di chi non ha colpa di non sapere esprimere le cose in altra maniera.

“Caproni sono quelli là, commentò una voce possente, senza immaginare di corrispondere alla pastorale reminiscenza di chi non ha colpa di non sapere esprimere le cose in altra maniera.”

Grazia

La mitezza del tarallo

Mentre corro a prendere il pullman, per andare a lavoro, non posso far a meno, nonostante sia in ritardo di fermarmi, perché vengo attratta da quell’odore morbido, rotondo quasi vivo, umano che ti avvolge come una spirale quando passi dal forno vicino casa.
Un profumo di pane fragrante, di zucchero che inizia il suo processo di trasformazione in estasi. Mi prende, come una mano dolce e sensuale mi carezza la schiena, un brivido scorre lungo la mia colonna vertebrale , arriva fino alle gambe mi immobilizza i piedi, mi costringe a girarmi e tornare indietro.
Attratta inevitabilmente da questa nuvola di piacere, entro nel forno, non so esattamente cosa vorrei, tutto mi appare in quel momento piacere per la vista e l’olfatto, il palato è già pieno solo grazie a quell’odore.

Questa mattina però non voglio cornetti, bomboloni o dolcetti vari, al centro della vetrina la signora sta aggiustando un sacchetto di tarallucci, hanno un odore forte di anice, “sono quelli dolci” mi dice lei, una donna che profuma essa stessa di pane fragrante.

Allora mi faccio mettere un po’ di quei taralli in un sacchetto, ed esco felice dal forno, già sazia solo dell’odore, cammino soddisfatta, quando ad un certo punto la realtà mi richiama all’ordine … Il pullman! Corro e lo trovo già li pronto ad andarsene, riesco cmq a salire e trovo anche un posto vicino il finestrino, come piace a me, allora mi rimetto le cuffiette con lei che continua a ricordami “je no regrett rien”, e tiro fuori uno dei miei tarallucci, lo rigiro un po’ nelle mani, hanno una forma semplice un impasto semplice, penso che se fossero delle persone sarebbero delle persone all’apparenza semplici, innocui, come li poteri definire?…miti, si miti e l’unico aggettivo che mi viene per descriverli, e allora questa mattina la mia mente non può far altro che spaziare che andare ad uno dei libri che più gradevolmente ho letto: “La mite” di Fedor Dostoevskij.

Quando inizi a giustificarti,  ecco che inziano le difficoltà.

Quando inizi a giustificarti, ecco che inziano le difficoltà.

Una donna che ami , oh, una donna che ami veramente , divinizzerà perfino i vizi, perfino la scelleratezza dell’essere amato … il che è generoso, ma non originale … ella mi amava, o meglio, per essere più precisi, desiderava amarmi. Si ecco come stavano le cose: desiderava amarmi, cercava di amarmi …
E’ questo il ragionamento sull’amore che Dostoevskij fa fare all’arrogante e avaro proprietario del banco dei pegni.
Dostoevskij ad un certo punto della sua esistenza, viene incuriosito, da una serie di suicidi che si verificano tutti in autunno. In particolar modo viene stimolato dalla storia di Mar’ja, una ragazza che in preda alla disperazione una mattina si getta dal sesto piano stringendo al petto un’immagine della Madonna.

Tutta la mia vita l'ho trascorsaparlando in silenzio, e sempre in silenzio sono passato, solo con me stesso, attraverso autentiche tragedie.

Tutta la mia vita l’ho trascorsaparlando in silenzio, e sempre in silenzio sono passato, solo con me stesso, attraverso autentiche tragedie.

I giornali parlano di questo suicidio come di un “suicidio mite”. Dostoevskij allora comincia ad immaginare chi realmente potesse essere questa ragazza. Quale tormento interiore stesse vivendo, tanto da portarla a questo estremo gesto.
Si interroga su chi è davvero questa donna? Cosa vive davvero al proprio interno? Di quali tormenti si compone la sua vita? Per cui decide di scrivere “La mite” un racconto breve scritto sotto forma di monologo/ diario nel quale è il il marito della ragazza a raccontare.
Il libro si apre con il subdolo e meschino usuraio, che contempla il corpo della moglie che giace privo di vita sul tavolo della cucina. Ella si è appena uccisa buttandosi dal balcone. Gui comincia ad interrogarsi sul perché dell’insano gesto, e se lui ne è colpevole in qualche modo. Ma soprattutto inizia un’arringa in difesa di se stesso, quasi a volersi discolpare a voler fugare ogni dubbio, che lui possa centrare in qualche modo con l’estrema decisione della moglie sedicenne. Comincia allora a raccontare la sua storia e di come questa si sia intrecciata con la storia della “mite” moglie.

quella canzone era così debole, e non perchè fosse malinconica, ma perchè nella voce era come se ci fosse qualcosa di incrinato, di rotto. Era se come quella vocetta non potesse bastare alla bisogna., era come se la canzone stessa fosse malata.

quella canzone era così debole, e non perchè fosse malinconica, ma perchè nella voce era come se ci fosse qualcosa di incrinato, di rotto. Era se come quella vocetta non potesse bastare alla bisogna., era come se la canzone stessa fosse malata.

Il racconto si articola nella prima parte nella quale l’usuraio, parla di come abbia voluto salvare, questa ragazza da un esistenza mediocre e vissuta nella povertà, facendola diventare sua moglie.
Il suo obiettivo nell’aver scelto una ragazza così tranquilla e silenziosa era quello di sottometterla, di legarla a se tramite la “necessarietà”.
Inizia così con lei un subdolo gioco psicologico per sottometterla. Le nega quindi attenzioni ed amore, fino a che lei non trova conforto tra le braccia di un altro uomo, ed anche quando egli scopre il tradimento di lei, non mostra di essere ferito dal tradimento della donna amata, ma solo cerca di dimostrarle come sia immensamente buono nel perdonarla e riprenderla con se.
In questo tradimento però si nota già come questa “mite” nasconda dentro di se forse qualcosa di più forte, di non detto, di nascosto, di represso; si nota come questo qualcosa prema per uscire fuori. Tutto questa repressione portata fino all’estremo. fino a che lei una notte non punta una pistola alla testa del marito.
In questa scena esce fuori tutto il tormento interiore di questa donna, che fuori si comporta in maniera “ mite” e composta, ma che in realtà dentro ribolle di vita.
L’uomo dopo averla ripresa con se a seguito del tradimento, ed a seguito dell’episodio della pistola, fa in modo di riprendere su di lei il suo malato predominio.
Ci riesce arrivando persino a farla ammalare e fino a costringerla al gesto di togliersi, la vita.
L’uomo allora inizia questo racconto, non tanto per raccontare agli altri cosa realmente è accaduto, ma piuttosto per convincere se stesso, che lui non ne è responsabile.

Non sai che paradiso ti avrei ritagliano. Avevo il paradiso nell'anima, te ne avrei circondata.

Non sai che paradiso ti avrei ritagliano. Avevo il paradiso nell’anima, te ne avrei circondata.

Alla fine del racconto però l’ uomo non solo è costretto, proprio attraverso il racconto che fa ad assumersi tutte le sue responsabilità, ma giunge egli stesso all’amara conclusione di essere un uomo completamente solo. Comprende inoltre, che la sua ossessione di rimanere solo e di voler tenere stresso a se la povera moglie distruggendola psicologicamente, non ha portato a nient’altro, che quello che lui stesso temeva di più e cioè rimanere completamente solo.
Seppur molto breve è questo secondo me uno dei romanzi (racconti) più belli di Dostoievskij. Perchè riesce in quest’opera a fare un ritratto dettagliato e vero della psicologia dei personaggi, che inevitabilmente ti porta a vivere e sentire sulla pelle, nel cuore le stesse sensazione il più delle volte strazianti dei vari personaggi.
Inoltre in questo racconto è chiaro il pensiero dell’autore sull’amore. Egli infatti riflette sul vero significato dell’amore, e della passione anche, che si sviluppa nelle tre fasi di passione, nostalgia ed infine infinita compassione.
Dostoiesvij riflette come sia impossibile chiedere ma soprattutto ottenere carità in amore, l’amore con si chiede non si elemosina, perché questo è proprio l’atteggiamento che porta inevitabilmente alla distruzione di tutto.
L’autore fa infatti dire al protagonista,“sarebbe stato proprio come chiedere la carità”, riferendosi al fatto che ormai era vano cercare di ottenere amore da una donna ferita ed umiliata.

L’amore non si chiede, sopratutto non si chiede a chi non può darne.

Grazia.

Lo Zahir è l’ananas

Ieri mangiavo una “Tortina all’ananas”, era fatta con un pan di spagna sofficissimo, quasi impalpabile, già alla vista appagava pienamente i miei sensi. Era una splendida nuvoletta bianca sormontata da un profumatissimo sole d’ananas, ed un palpitante cuore di fragola al centro.

Torta all'ananas
Me la sono goduta un po’ solo guardandola, poi ne ho preso una forchettata, il profumo zuccheroso e rotondo della panna mi ha riempito le narici. Una volta in bocca è esploso dentro di me il gusto vanigliato soffice e farinoso della base, e l’incosistenza dolce e rassicurante con quel suo retrogusto di latte della panna. Ho assaporato quel momento di pura estasi, fino a che la mia coscienza non è stata risvegliata dal gusto un po’ acre e rotondo dell’ananas, il suo succo ha riempito il mio palato sprigionando mille sensazioni e facendomi sentire pienamente appagata e protetta in quella sensazione, di viaggio, di tumulto, ma allo stesso tempo di tranquillità.
Mi è venuto in mente il mio mare con la pineta alle spalle dal quale alle volte quando c’è un po’ di vento arriva il frusciare dei pini che diventa un tutt’uno con la risacca del mare, e si trasforma in una melodia che ti culla, che ti spinge ad andare con lei, se chiudi gli occhi non hai più corpo ma sei solo un piccolo punto nell’immensità di quel suono di quel profumo di pini e salsedine.

Beati coloro che non hanno paura di domandare quello che non sanno.

Beati coloro che non hanno paura di domandare quello che non sanno.

Mi sono sentita serena ed in pace perché avevo in bocca, un qualcosa di perfetto, una nuvola, avevo in bocca la libertà, in quell’istante mi è venuto in mente un libro che è stato capace di donarmi la stessa sensazione di spazio, di libertà, ma allo stesso tempo di irrinuciabilità e pace, questo libro è “Lo Zahir” di Paulo Coelho, un libro che ho fortemente rifiutato per anni, a causa della mia cocciutagine e molto spesso presunzione, il più delle volte in fatti mi chiudo quando si tratta di autori fin troppo prolifici, o troppo commerciali, e quindi inevitabilmente scadenti, mi rifiuto di leggerli.

Lo Zahir è un pensiero, che all'inizio ti sfiora appena e finisce per essere la sola cosa a cui riesci a pensare. Il mio Zahir ha un nome. Il suo nome è Esther

Lo Zahir è un pensiero, che all’inizio ti sfiora appena e finisce per essere la sola cosa a cui riesci a pensare. Il mio Zahir ha un nome. Il suo nome è Esther

Ritengo che un autore che ogni anno riesce a sfornare un libro cada inevitabilmente nella ripetitività, perda di originalità. Coelho secondo me rientra in questa categoria, basta vedere gli ultimi romanzi che sono solo un tentativo di ripetere grandi capolavori da lui scritti, che sono per fortuna irripetibile, uno tra tutti è proprio lo “Zahir”, ma anche “il diavolo e la signorina prim”, “Veronica decide di morire”, “il cammino di santiago”, “Undici minuti”, per me Coelho è questo, avrebbe potuto fermarsi a questi ed evitare di scrivere qualsiasi altra cosa, perché come diceva il grande Califano “tutto il resto è noia”.

Il mio incontro con Coelho è stato così, ne sentivo sempre parlare, ma l’ho sempre evitato come la peste, poi un giorno in uno dei miei momenti di razzia di librerie, il commesso mi chiede se non volevo leggere il nuovo libro di Paulo Coelho, la mia risposta è stata un secco “No, grazie”, il commesso però mi ha inserito in un libro un segnalibro, con la copertina dello “Zahir” e con questa frase: “Lo Zahir è un pensiero, che all’inizio ti sfiora appena e finisce per essere la cosa a cui riesci a pensare. Il mio Zahir ha un nome, il suo nome è Esther”. Non ho voluto sapere altro, questa frase più la copertina splendida, mi hanno mosso il giorno successivo a correre in libreria ed acquistarlo.
“Lo Zahir” è come quella tortina all’ananas è un ossessione, un pensiero fisso, è un viaggio per ritrovare un amore perduto, ma anche per riscoprire se stesso.

    "Che cos'è l'amore?" Mi domanda. Impiego più di mezz'ora a spiegarglielo e, alla fine, mi rendo conto che non riesco a definirlo esattamente.

“Che cos’è l’amore?” Mi domanda. Impiego più di mezz’ora a spiegarglielo e, alla fine, mi rendo conto che non riesco a definirlo esattamente.

Il libro parla innanzitutto di questo concetto di “Zahir”, cioè di un qualcosa o qualcuno che diventa per l’uomo un ossessione predominante, che riempie ogni spazio dell’esistenza, è un idea che attanaglia la mente che arriva a dominarla, che spinge tutte le azioni, che innalza e butta già allo stesso momento.
Per l’autore lo “Zahir” è sua moglie Esther una reporter di guerra che scompare senza lasciare alcuna traccia, l’autore per ritrovare il suo Zahir, parte alla volta di un viaggio infinito che lo porterà ad attraversare nazioni, conoscere persone che sono entrate in contatto alle volte molto stretto con il suo Zahir, e tramite questi incontri, arriverà a conoscere sempre più profondamente non solo Esther, ma anche soprattutto se stesso.
Questo è un libro che alla fine così come la “tortina all’ananas” può essere spiegato solo fino ad un certo punto, perché il viaggio che si fa assaporando questa torta o leggendo questo libro non è solo quello dell’autore, ma anche quello interiore del lettore che attraverso le parole di Coelho arriva a conosce qualcosa in più anche di se stesso.

L’inceppo della meccanica del cuore

Sentendo avvicinarsi sempre di più  una lieve sensazione di febbre ed avendo il terrore di rimanere bloccata a casa senza un bel libro da leggere. Sono corsa alla Feltrinelli (che finalmente si è degnata di aprire un punto vendita anche qui, anche se non fornito come dovrebbe e con un personale  un po’ “così” , ma comunque questa è un’altra storia).

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E’ il giorno più freddo del mondo. Proprio oggi mi accingo a nascere.

 La mia attenzione però è stata subito catturata da un libro, che mi ha colpito innanzitutto dalla copertina che è stile film d’animazione, e poi per il titolo che trovo delizioso: “La meccanica del cuore”, è  un titolo che mi rapisce, ero infatti d’avanti la pedana che conteneva i libri e continuavo a rigirarmelo nelle mani rileggendo il titolo, senza però leggerne la trama, ma immaginando cosa potesse raccontare un titolo del genere. Mi piace come risuona, e poi mi fa volare con la fantasia. Attorno a questo titolo la mia mente ricrea una serie di immagini che prendono forma nella mia mente e mi danzano attorno.

Alla fine ho letto la trama ed a quel punto è stato amore vero! È finalmente venuto a casa con me. Ne ho letto qualche pagina prima di addormentarmi, la mattina successiva l’ho subito ripreso, e dopo qualche ora di mi sono accorta di averlo fino. Insomma di cosa di cosa parla questa “meccanica del cuore”?

Miss Acacia

“Cosa hai combinato per storcere le lancette delle ore?”
“Sono innamorato e non so niente sull’amore”.

Parla di come si impossibile liberarsi di quello che alle volte chi ci ama per proteggerci ci porta a credere. Parla di come un amore possa spingerti a strapparti quello che tu credi essere il tuo cuore dal petto. Di come l’amore in ogni sua forma possa essere doloroso. Di come possa farci male. Di come la gelosia posso essere demolitrice, corrosiva e di come l’essere diverso può far male.

E’ un libro che consiglio vivamente di leggere, con una precauzione però; accostandosi a questo libro bisogna essere consapevoli che non ci troviamo di fronte ad un capolavoro di letteratura! Si è un bel libro, con un ottima trama, molto originale, ma con una serie di imperfezioni e un po’ scritto secondo me in maniera un tantino frettolosa.

I personaggi non sono bene delineati, e si fa fatica a immaginarli, manca di “descrittività”, non si sofferma a descrivere nulla. Non ti da quegli elementi anche minimi o appena accennati, che sono indispensabili in un libro per farti accendere la fantasia e permetterti di ricreare le immagini che l’autore voleva descrivere nel libro nella tua mente.

meccanica

“Di cosa hai paura?”
“di te…o meglio di me, senza di te”.

Il libro si mi è piaciuto, ma non è un libro che mi è entrato dentro non sono riuscita a trovare empatia con i vari personaggi perché l’autore non me lo ha permesso, non me li ha presentati per bene me li ha solo accennati.

Il più delle volte entro nelle pagine del libro cammino a fianco del personaggio vivo le sue emozioni. Spesso divento proprio lui, ma questa volta no! sono rimasta al margine della pagina senza riuscire ad entrare dentro. Sono rimasta ad osservare tutto da lontano, ho visto una bellissima storia, ma non l’ho vissuta. Per non parlare poi del fatto che ad un certo punto il protagonista che dovrebbe trovarsi nel 1874 dice di sentirsi come se un aereo gli stesse attraversando il cervello, un aereo? Nel 1874?

Mathias Malzieu

Mathias Malzieu

Tralasciando comunque tutto ciò che di negativo questo libro ha.  Ho adorato innanzitutto lo stile che rappresenta secondo me la grandezza di questo libro. Sembra quasi come se si leggesse il testo di una canzone, ci sono infatti quelle espressioni tipiche del mondo della musica. Ci sono delle strofe che potrebbero tranquillamente trovarsi all’interno di un testo musicale, d’altronde ho poi scoperto che l’autore Mathias Malzieu, è un cantante di un gruppo Francese “Dionysos”, ed infatti leggendo il libro è evidente che è un autore musicale prestato alla letteratura.

Nella descrizione del libro c’è scritto che ricorda i film di Tim Burton, in effetti è proprio così leggendolo  mi veniva in mente l’ambientazione tipica dei suoi film, ed i suoi personaggi. Un po’ Bizzarri, deformi a volte, spesso emarginati ,anche spaventosi se vogliamo ma romantici e sempre pronti all’amore. La storia che più si avvicina a quella della meccanica del cuore è quella di“Edward mani di forbici”, vedrei infatti benissimo Johnny Depp nei panni di Jack far battere le lancette del suo cuore meccanico per la bellissima Miss Acacia.

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Bloccherò le lancette e fermerò il tempo. Farò ripartire il mondo solo se me lo chiederà lei.

In definitiva questo libro ha un potenziale enorme, purtroppo non sfruttato come dovrebbe.

Ci sono una serie di bei personaggi tutti abbandonati a se stessi, c’è la bellissima storia di un viaggio attraverso l’Europa di due amici alla ricerca dell’ amore liquidata in poche pagine, c’è la descrizione dell’esplosione di un amore infinito descritto miseramente in poche righe.

In compenso c’è una storia dolce e commovente scritta con dei bellissimi sprazzi di alta poesia, con l’utilizzo alle volte di immagini davvero evocative e romantiche, c’è la storia la storia di jack che viene al mondo “nella notte più fredda del mondo” con il cuore ghiacciato e c’è la storia della levatrice/strega Madeleine che per salvargli la vita gli impianta al posto del cuore un orologio a cucù e per cercare di salvarlo dalle pene della vita gli dici un enorme bugia.

C’è la piccola ballerina Andalusa tanto bella e tanto miope che con la sua voce ammalia il piccolo jack, c’è Arthur con la schiena musicale che porta con se sempre delle uova per ricordarsi  del grande amore della sua vita, c’è il geniale Melies che insegue il sogno della fotografia in movimento, c’è una grande storia di amore  ed illusione.

Insomma è un libro che va proprio letto! Naturalmente prima di iniziare e leggerlo non bisogna dimenticare di fare un bel po’ di creaps da mangiare insieme con jack per colazione cullati dal ticchettio del suo cuore a cucù.

Di sicuro lui non le apprezzerà amando solo quelle di Madeleine, ma penso che anche le mie gli sarebbero piaciute.

Le creaps sono tra i primi dolci che ho imparato a fare, in realtà sono dei dolci dupleface, che si possono prestare sia al dolce che al salto, io infatti non zucchero mai l’impasto così da decidere dopo che farne, naturalmente io le preferisco dolci, quindi quando mi va e non ho proprio voglia di impelagarmi in un  dolce troppo lungo e complicato prendo un uovo del latte e della farina, senza pensare troppo alle dosi e mescolo tutto insieme quando l’impasto raggiunge una consistenza abbastanza fluida da “scrivere”, cioè se sollevando un po’ di impasto con il cucchiaio e lasciandolo colare sulla superficie riesco a creare delle righe dei cerchi o altro ecco che il gioco è fatto, le cuocio in una padellina antiaderente e vai con creme cremine e marmellate varie!

Grazia

La meccanica del cuore

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle. le tue ossa si frantumeranno,
e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.

Il piccolo principe

“Non si vede bene che con gli occhi del cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”, sono queste le parole con le quali la volpe solitaria saluta il suo piccolo amico. Al quale ha insegnato cosa significhi davvero amare. La pazienza, la gioia ed avvolte anche la sofferenza che può darci l’amore, di come sia frutto anche di duro lavoro creare un legame indissolubile.

piccolo principe e volpe

Il piccolo principe parte così nuovamente alla scoperta di nuovi modi, con la consapevolezza di avere un amico in più, ma anche di avere un grande amore che lo aspetta e cioè le sue rose che lui con grande amore ha curato e con grande sofferenza ha dovuto lasciare.

rose

Ho letto il “Piccolo Principe” la prima volta all’età di 10 anni, perché erroneamente scambiato per un libro per bambini, la mamma della mia amichetta del cuore saputa la mia passione per i libri già a quell’età, decise di regalarmelo e lo lessi allora come una favoletta che mi piacque tantissimo. Mi dimenticai di lui fino all’età di 20 anni quando mi ritornò in mano e decisi di rileggerlo ad a quell’età ho finalmente capito cosa il piccolo principe ha voluto dirmi in quelle pagine e da allora è diventato il mio compagno di viaggio, ed appena posso suggerisco a chiunque di leggerlo.

Per cui tutti quelli che pensano al piccolo principe come ad libricino per bambini si sbagliano di grosso. E’ un libro per adulti che ti insegna a vedere il mondo con gli occhi di un bambino ti invita a riflettere ad ha riscoprire valori, emozioni che un bambino naturalmente ha e che si perdono diventando adulti.

Antoine de Saint-Exupéry  parla con il linguaggio dei bambini,  attraverso un bambino, ma in realtà si rivolge agli adulti a tutti quelli che hanno dimenticato cosa vuol dire vedere tutto con gli occhi di un bambino, con gli occhi innocenti di chi si affaccia ora alla vita, con disinibizione dell’incertezza. Dice infatti Saint-Exupéry  che i grandi hanno dimenticato cosa vuol dire curare un’ amore. E si comportano in modo veramente incomprensibile per un bambino che nella sua innocenza non riesce a ben comprendere le mille contraddizioni dietro le quali si nascondono gli adulti.

Insomma “Il piccolo principe”è un libro che non può mancare di essere letto!

A quale dolce si può abbinare? Senza alcun ombra di dubbio ai “Buchtel” che sono delle brioche tirolesi, ripieni di norma con marmellata e poi ricoperti di burro, anche se io li preferisco ripieni di crema pasticcera o cioccolata! Stanno benissimo con il “Piccolo principe” perché sono dolci schietti senza troppe pretese, ma incisivi. Sono dolci innocenti come il nostro piccolo amico.

Se voleste farli in casa, sappiate che richiedono tempo, in quanto sono fatti di pasta lievitare e hanno bisogno di tempo e vanno curati bene!

Gli ingredienti sono anch’essi semplici, ma nella loro semplicità sono straordinari:

Sono necessari farina (500 gr), lievito (30 gr), latte (180 gr.), uova (2), Zucchero (60 gr.) e 60 gr. di burro. Per quanto riguarda la procedura di preparazione, questi dolci necessitano di più fasi di lievitazione, per cui con la volpe e le rose del piccolo principe, necessitano di grande pazienza e cura. Bisogna in un primo momento mettere a lievitare il latte tiepido, lo zucchero e il lievito di birra  per circa 20 minuti. Dopo di che unite la farina un pizzico di sale, aggiungete il burro fuso, le uova sbattute  e impastate bene gli ingredienti e dopo di che vanno lasciati riposare per altri 30 minuti. Alla fine dei trenta minuti la pasta va stesa e vanno ricavati dei dischetti che vanno poi ripieni di marmellata/cioccolata/crema chiusi a mo di pallina messi in una teglia possibilmente tonda vicini vicini e lasciati lievitare per altri 30 minuti, poi si spennellano con il burro fuso e informati a 180° grandi per trenta minuti, e una volta sfornati ….  guardateli con gli occhi del cuore.

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E come direbbe il piccolo principe: È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttate via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.

Grazia

Gelato al fior di loto

Adoro andare al ristorante cinese! Il giorno dopo sto puntualmente male perché sfriggono tutto ed io non mangio mai niente di fritto. Però l’ultima volta una cosa mi è rimasta impressa è cioè il Gelato Fritto.

Gelato fritto

Gelato fritto

Praticamente è del gelato avvolto in una pastella, fatta (spero) con uova e farina e poi fritto, insomma la classica pastella per frittelle con dentro un palla di gelato, anche se io l’ho mangiato avvolto nella pasta tipica che si usa per gli involtini primavera. In realtà non li ho apprezzati subito perché dopo avere mangiato tutto fritto (persino gli spaghetti),  il gelato dovrebbe essere quello che ti permette di ripulirti la bocca da tutto il fritto, invece loro la bocca tela rendono ancora più velenosa.

Quello che invece ti lava via veramente tutto, e con tutto intendo veramente tutto, (io non mi sono sentita le papille gustative per un po’) è la grappa. Ne ho assaggiate due, tutte e due su consiglio del cameriere cinese (Luigi), in un colpo, una di rose e l’altra di riso rispettivamente 50 e 60 gradi, per alcuni giorni non ho sentito sapori.

Ad una cosa però ripenso con gusto, ed è appunto il gelato fritto. Non penso che lo rifarò a casa, ma penso che andrò direttamente dal cinese a mangiarlo, perché nonostante il cibo non sia dei migliori, adoro comunque immergermi in quell’atmosfera, e fingere di essere a Pechino.

Come avrete capito mi affascina la  cultura Cinese, ma soprattutto Giapponese. Mi piacciono tutti il loro usi, il loro tradizionalismo, alle volte anche la loro rigidità. Le trovo due culture affascinanti, ricche sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto ricche di storia, per cui appena scopro qualsiasi cosa nuova corro a studiarla. Ho letto molti libri di Banana Yoshimoto, ma soprattutto prediligo i libri che parlano delle varie (per noi occidentali) “stravaganze” Cinesi e Giapponesi.

Tempo fa ho letto  “la figlia della fortuna” di Isabel Allende, in questo romanzo è descritto fra le altre, anche la storia di un cinese Tao Chi’en, il quale sposa una donna con i “loti d’oro”, questa cosa mi ha incuriosito talmente tanto che ho iniziato a leggere di tutto sull’argomento.

Cos’è il “Loto D’oro”? è una tradizione assurda, ma allo stesso tempo incantevole. I cinesi infatti  anticamente usavano legare i piedi alle bambine in modo provocare una deformazione del piede, che legato strettamente all’interno di lunghe garze, non cresceva, o meglio cresceva raggrinzito. Per renderlo ancora più piccolo le ossa dei piedi venivano rotte in modo che poi, si saldassero nella posizione desiderata. Tutto ciò provocava nelle donne un andature un po’ oscillante,simile a quella del fiore di loto al vento (da qui il nome loto d’oro). Provocava inoltre dolori lancinanti, e infezioni puzzolenti, per coprire le quali le donne erano costrette a fare spesso degli impacchi ai piedi e a non togliere mai, dalle piccolissime scarpine ricamate.  Adoro i cinesi ed il loro vedere la poesia, la riflessione,la profondità  in ogni cosa.

Scarpina tipica

Scarpina tipica

Pare che l’iniziatrice di questa tradizione del bendaggio dei piedi, sia stata una cortigiana dell’imperatore la quale per poter danzare al cospetto dell’imperatore e dovendo riprodurre il movimento del fiore di loto, si bendò i piedi.

Fiore di Loto

Fiore di Loto

In tutte queste ricerche mi sono imbattuta nelle recensioni di un libro, che guarda caso tratta proprio di questo argomento. Il libro si intitola “Fiore di neve ed il ventaglio segreto”,  di lisa See.

Per tutti quelli che come me amano, le culture occidentali, è un libro consigliatissimo, di sicuro a tratti troppo pesante ed inutilmente prolisso, ma di sicuro un bel libro. Godibilissimo se non ci si lascia annoiare da parti un tantino ridondanti, ed allungate senza motivo.

L’autrice è una giornalista, che ha studiato molto l’argomento prima di scrivere il libro, per cui tutto ciò che racconta può essere largamente documentato. Infatti la giornalista scriva alla fine del libro di essersi per sino recata in Cina nella provincia di Jiangyong, proprio per documentarsi il più possibile ed essere più precisa nel suo racconto di questa antica tradizione.

A parte questi piccoli difettucci, è un libro davvero molto interessante, e con una bella trama molto articolata e ben descritta, che tratta anche temi molto importanti, come quelli del ruolo della donna in culture come quella Cinese, dove la donna era considerata al pari di un soprammobile. Esse infatti venivano considerate solo grazie alla loro capacità riproduttiva. Leggendo questo libro se siete delle donne, vi arrabbierete terribilmente, perché queste povere donne venivano trattate … anzi non venivano trattate per niente, non erano nulla.

Lisa See in questo libro ambientato nel 19° secolo, in una sperduta provincia Cinese, narra la storia di due bambine Giglio Bianco e Fiore di Neve, due bimbe accomunante da un unico terribile destino, dovuto proprio al loro essere nate “Femmine”. In questo romanzo la See ci racconta una storia che io ho immaginato da i contorni sfumati,quando la leggevo vedevo tutto come se fosse, patinato in una luce soffusa, ed ho immaginato di vedere tutto non a colori, ma come quelle foto in bianco e nero, dove poi si vedono solo alcune sfumature di colore.

In questo romanzo non viene descritta solo la pratica della fasciatura dei piedi, ma vengono trattate diverse altre tradizioni cinesi. Di sicuro l’informazione che cercavo io leggendo il libro, era riuscire a scoprire il più possibile di questa pratica di legature dei piedi, ma poi ho scoperto tantissime altre tradizioni, che mi hanno incantato, come quella dello “Nu shu”, che sarebbe un tipo di scrittura fatta di ideogrammi particolari che solo le donne conoscevano e che serviva loro per scambiarsi segreti, all’insaputa degli uomini che non erano in grado di leggerla.

Le donne erano solite scrivere i loro messaggi segreti o ricamandoli su dei fazzoletti o dipingendoli su un ventaglio, poi più la donna era di alto rango, più era in grado di scrivere simboli e parole complicate, ma soprattutto riusciva a dipingere in maniera elegante. Ed è proprio con questo linguaggio che le due protagoniste si parlano e si amano per tutto la loro vita.

Nu Shu

Nu Shu

Una altra bellissima tradizione descritta in questo romanzo è quella delle “Laotong”, che sarebbero delle sorelle di  sangue (delle migliori amiche), che non si scelgono da sole, liberamente, ma vengono scelte da una Sensale (una sorta di veggente), la quale sceglie le due ragazze in base alle condizioni economiche, ma soprattutto in base ad una serie di combinazioni astrali. Fra le due laotong si instaura un legame, spirituale ed affettivo che dura per tutta la vita e che permette alle donne relegate in un angolo dagli uomini, di sfogarsi ed avere qualcuno con cui sfogarsi e dalle quali essere capite.

Naturalmente le tradizioni Cinesi sono talmente tanti, e così tante ne sono descritte in questo bel libro, che solo leggendole le potrete capire tutte anche voi. Comunque sono sicura che anche voi sarete conquistati da questo libro come me.

Adorerete il grande amore tra le due Laotong descritte in queste pagine, vorreste anche voi sapere scrivere il Nu shu e saperlo poi cantare nelle festività, passerete anche voi delle ore interminabile relegate nella noiosa stanza delle donne, in compagnia solo di altre donne, ed anche voi maledirete di essere nate donne e dover sopportare il dolore lancinante della rottura delle ossa dei piedi a causa della fasciatura.

Insomma leggete questo libro, e poi andate in un bel ristorante cinese a farvi scoppiare il fegato con la grappa al riso e un bel gelato fritto.

Grazia

Jazz e cioccolata

Prendete un pentolino mettete dentro 200 gr. di cioccolato fondente  insieme con un po’ d’acqua, e fate sciogliere a fuoco lento, quando sarà completamente sciolta, aggiungete 200 gr. di burro e 200 gr. di zucchero fate amalgamare completamente sempre a fuoco acceso.

A parte montate quattro albumi  a neve ferma con un pizzico di sale. Fate raffreddare il composto di coccolato ed aggiungete 4 tuorli, quattro cucchiai colmi di farina  e gli albumi mescolando dal basso verso l’alto per evitare che si smontino gli albumi. Otterrete un composto abbastanza liquido che metterete in una teglia con della carta forno, ed infornerete per 20 minuti a 180° gradi con forno statico.

Otterrete così  al “Torta jazz” in realtà il nome della torta è: “torta tenerina/cioccolatina”. Io l’ho ribattezzata Jazz, perché questa torta secondo me è jazz. Anzitutto perché la si può improvvisare in qualsiasi momento, e la si può cambiare al momento, proprio come il jazz.  Basta semplicemente usare note di gusto che si sposano bene tra loro. Una volta raffreddata, la torta si deve spolverare con lo zucchero a velo, ma provate a spolverarla con la farina di cocco, o con zucchero a velo e il caca amaro. La si può rendere ancora più spregiudicata ricoprendola completamente con della ganache al cioccolato (Magari bianco), o con della panna montata. La si può tagliare a fette ed accompagnare con una riduzione di frutti di bosco, o con della crema pasticcera. Insomma ci si può sbizzarrire ed improvvisare come si vuole, proprio come si fa nel jazz.

Ornette Colema diceva “Il jazz è l’unica musica in cui la stessa nota può essere suonata notte dopo notte, ma ogni volta in modo diverso”, esattamente come la nostra torta, volendo la si può ripetere più volte, ma dandogli ogni volta una diversa interpretazione.

Il nome Jazz per questa torta è perfetto. Il jazz è fanatico,provocante,  sensuale quasi erotico,come questa torta che è una vera e propria provocazione, dite addio a qualsiasi proposito di fare diete, e non pensate di poterne mangiare una fatta e non ritornare ad assaggiarla nuovamente.

Mi viene in mente una frase di un filosofo degli anni venti che in riferimento all’esplosione di successo che il jazz ebbe soprattutto, nell’età del proibizionismo, e riferendosi al fatto che ora erano i bianchi a pendere dalle labbra, dei neri. Questo filosofo disse “liberiamoci dalle catene mentali e dalle imperfezioni che prosciugano la nostra anima e lasciamoci guidare dalla bellezza nera”,allora lasciatevi rapire anche voi dalla conturbante completezza di questa torta che trasuda cioccolata in ogni sua parte.

Io la renderei ancora più trasgressiva gustandola, accompagnata da un bel bicchiere di latte freddo.

Consigli per una perfetta degustazione:

Inserite in uno stereo “Kind of blue” (http://www.youtube.com/watch?v=FEPFH-gz3wE), di Miles Davis, in un piattino tagliatevi una bella fetta di torta jazz, accompagnatela con una bella cucchiaiata di panna montata, divano/poltrona comoda scegliete uno dei racconti contenuti, nei “racconti dell’età del jazz” di Fitzgerald, ne potete scegliere uno a caso perché sono tutti equamente splendidi e vi proietteranno esattamente nell’era del jazz e delle sue nascoste spregiudicatezze. Lasciatevi sedurre dalla sensuali note del sax, e dalle note dolci ed avvolgenti del piano che vi faranno gustare questa splendida torta non solo con la bocca, ma anche con le orecchie e con il cuore.

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Grazia

Giovanni Verga fra zucchero e mandorle

Ieri rivedevo le foto che ho fatto in viaggio a Taormina, e sono rimasta nuovamente affascinata dalla foto che ho fatto in un mercatino, la foto è questa:

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Quella ritratta è della “Frutta Martorana”! Ogni qualvolta la rivedo rimango affascinata dalla perfezione di questi dolci. Sembrano davvero dei frutti, hanno persino le imperfezioni che normalmente il frutto ha. Non ho mai provato a farli in casa, ma prima o poi dovrò provare a riprodurre questa poesia.

Questi dolci sono fatti di pochi ingredienti, ma vi assicuro che se ne mangiate uno non rimarrete di sicuro delusi. Sono fatti prevalentemente di marzapane (Pasta reale), per cui l’ingrediente madre sono le Mandorle.  A prima vista vi  danno quasi l’impressione di essere duri, non buoni, ma quando ne mordete uno ne scoprite tutta la  morbidezza e la completezza del gusto.

Secondo me il marzapane in genere e quello della frutta martonara nello specifico è una vera poesia!

Il gusto che vi esploderà in bocca è un gusto unico, completo, che saprà toccare ogni singola papilla gustativa. Vi riempirà la lingua, il palato, le guance, è un mix armonioso di dolce fortissimo, ma con una punto di salato che le mandorle hanno per natura. Di sicuro però, prima di riempirvi la bocca, questi dolcini vi riempiono gli occhi con i loro colori vivi, ludici reali.

Tempo fa in uno di quei programmi nei quali girano l’Italia, si trovavano in Sicilia, non ricordo bene dove. Parlavano proprio di questi dolci, in realtà parlavano delle pasta Reale in genere, ed intervistavano delle suore che per tradizione producono questa frutta “finta”, la fanno prevalentemente in occasione della festività dei morti. Su internet ho poi scoperto che questi dolci sono noti proprio in un monastero a Palermo.

Furono fatti per la prima volta dalle suore del convento della  Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio o della Martorana, le quali in occasione di una visita da parte del papa, vollero abbellire il monastero con la frutta vera e con questa splendida frutta finta.

Questi dolci mi fanno pensare alla Sicilia, e quando penso alla Sicilia l’autore che mi viene subito in mente è lui: Giovanni Verga, ma non il Verga maturo quello dei “Malavoglia”. Io ho Conosciuto Verga attraverso quattro delle sue opere giovanili, davvero quelle più acerbe, ma secondo me le più geniali.

In questi quattro “romanzetti”/ “novelle”, conosciamo un Verga davvero giovane ed ancora inesperto, ma che sa rapirti con tutta la passionalità, l’irruenza della sua giovane età. Si evince dalle pagine di questi romanzi, come Verga li abbia scritti davvero di getto, quando leggi queste pagine ti sembra quasi che l’autore ti stia parlando direttamente, come se ti stesse confidando qualcosa sembra quasi che lo stia dicendo solo a te. Sembra come se volesse condividere solo con te queste storie.

Queste quattro novelle di cui parlo sono: “Una peccatrice”, “Tigre reale”, “Storia di una capinera” ed “Eva”.

Naturalmente sono quattro storie differenti pubblicate in libri separati. Solo che io li assimilo perché li ho letti in un unico volume, che mi è venuto fra le mani perché me lo prestò una mia amica. Era un libro presente nella libreria del padre, si trattava di una di quelle raccolte per la scuola, ed io le avevo chiesto di prestarmelo perché ero rimasta attratta dalla copertina. Non sapevo che dietro quella copertina, e dietro quell’aspetto di libro maltrattato si nascondevano gemme preziose. Quattro capolavori della letterature.

Tutti è quattro i romanzi ruotano intorno ad un tema che è l’amore, un’amore frenetico, distruttivo, malato, e tutti e quattro hanno 4 grandi protagoniste (è ormai chiaro che adoro i libri dove ci sono eroine nelle quali posso immedesimarmi), io vi parlerò qui in realtà solo di 2 di queste novelle, perché sono quelle che amo maggiormente, le altre due sono belle anche, ma sicuramente sono sottotono rispetto a queste.

La prima di queste novelle, e la metto come prima perché è sicuramente quella che adoro di più, ha come protagonista il giovane scrittore Pietro Brusio ed il suo disperato amore per Narcisa, amore che lo eleverà e lo porterà a scrivere un capolavoro dedicato a lei, dove a muovergli la mano è solo il suo amore infinito, amore effimero però perché destinato a spegnersi  miseramente, lasciando Narcisa travolta dalla sua onda anomala.

La seconda novella è “Storia di una capinera”, è un romanzo che posso solo definire con un termine che di letterario a ben poco: Pazzesco!!, lo amo fino dalla sua introduzione, nella quale Verga spiega il perché ha voluto chiamare il romanzo così, ispirato dalla storia di una vera capinera tenuta in gabbia.

Amo in maniera infinita la forma epistolare perché è direttamente la protagonista a parlare: Maria, che è una giovane novizia, costretta ad abbandonare il convento dove sta per prendere i voti a causa dello scoppio di un epidemia di colera.

Maria ci racconta la vita vista dagli occhi di una ragazza chiusa fin da bambina in un convento. Si entusiasma per tutto ciò che vede, e guarda tutto con gli occhi della meraviglia. Fino a che questi occhi non incontrano quelli d’Antonio  perdendosi e dannandosi così irrimediabilmente. Maria è costretta poi a ritornare in convento. Questa parte è bellissima perché dalla descrizione di un mondo bello e colorato, che Verga ci stava facendo qualche pagina prima, ci ritroviamo invece anche noi rinchiusi nel grigiore del convento e ci ritroviamo a guardare fuori dalle sbarre del convento.

La parte giù struggente che è descritta secondo me, in maniera magistrale è la parte in cui L’autore ci descrive il momento in cui Maria ormai letteralmente pazza d’amore per Antonio (Nino), prende definitivamente i voto e si seppellisce ancora via e pulsante d’amore, nella tomba della clausura.

Le altre due novelle sono “Eva”, che narra un amore frivolo e passeggero di un giovane pittore per una ballerina “Eva”. Il pittore si innamora di lei perché vive nel lusso, perché è ben vestita e corteggiata, ma quando lei rinuncia a tutto questo per lui e diventa così una donna normale, come tante altre l’amore di lui si spegne miseramente. C’è poi “Tigre reale” che è la storia di un amore/non amore tra Giorgio e Nata, Giorgio ed Erminia, e tra Erminia e Carlo….

Bene la nostra cassettina di frutta martorana è pronta, che frutto gradite?

Grazia

Anna Karenina

Non so da che parte oggi ho letto, qualcuno che scriveva “voglio leggere un classico che non ho mai letto prima Anna Karenina”, a leggere queste parole un mondo si è aperto d’avanti ai miei occhi. Mi sono passati danzando d’avanti tutti i grandissimi personaggi che Tolstoj ha saputo dipingere in questo grandissimo affresco.

Questo capolavoro, opera d’arte, meraviglia, non so bene come definirlo in quanto è un libro che adoro talmente tanto che non riesco a catalogarlo. Mi entusiasma in un tal modo che mi risulta anche difficile descriverlo, perché appena mi viene in mente qualcosa per descriverlo mi sfugge. Le parole o meglio i superlativi, si rincorrono ed in inciampano uno sull’altro per cui non so se parlando di questa  sublime manifestazione d’arte,se sarò capace di formulare frasi di senso compiuto.

Partiamo anzitutto da un presupposto, io adoro la letteratura russa, alcuni li definiscono “mattoni”, ma per me sono capolavori immortali.  Adoro Tolstoj, sono innamorata di Dostoevskij e Bulgakov riesce a rapirmi con lo stile dei suoi libri. Mi piace la passionalità che riescono a trasmettere, lo stile di scrittura duro e schietto, le immagini che riescono a crearti nella mente. Mi piace le storie che raccontano ambientate in questo paesaggio così duro, freddo ma magico che è la Russia. I personaggi poi che descrivono sono sempre personaggi, forti con grandissime personalità, passionali, tormentati.

Mentre parlo di “Anna Karenina”, ed è ormai chiaro che in realtà non riesco a farlo, mi si affollano alla mente tutti i grandi romanzi, di questi grandi autori che ho letto e amato negli anni. Vogliono avere tutti spazio, voglio tutti che racconti di loro della loro magnificenza, Behemot il gatto de “il maestro e margherita” chiede a gran voce che si parli di lui, la mite moglie del proprietario del banco dei pegni della “mite”, mi guarda dal suo antro che occupa nel lurido banco dei pegni del marito, implorandomi di darle spazio, il timido sognatore delle “notti bianche” mi chiede di dar voce al suo tragico amore per Nasten’ka.

Perché allora parlo proprio di Anna? Perché la sua storia è quella che ho amato più di tutte. Perché leggendo questo libro ho pianto con lei ho riso con lei. Sono davvero diventata Anna, ho amato anch’io Vronskij, ed ho vissuto con lei il tormento della decisione tra seguire il suo amore e sfidare tutte le convenzioni sociali o dimenticarlo e rimanere soffrendo con il marito.

 Anna ed io con lei, sceglie l’amore, sceglie di sfidare il mondo pur di vivere a fianco del’uomo che ama, ma scoprirà poi a sue spese quando grande, ma anche malato può essere un amore, Anna è infatti una donna che è in realtà incapace di essere realmente felice e sarà lei stessa a distruggere ingiustificatamente tutto.

Naturalmente è riduttivo parlare solo di Anna, perché in realtà in questo romanzo non si parla solo di lei, ma i personaggi sono molti e molte sono anche le storie che si intrecciano a quella principale di Anna, i temi che Tolstoj tratta sono diversi, ci sono la gelosia, il tradimento, l’ipocrisia, la famiglia, la società.

Il tradimento viene raccontato non solo attraverso il personaggio di Anna ma anche attraverso quello del fratello  Stiva, infatti il romanzo si apre proprio così con Anna in partenza per raggiungere la cognata che per l’ennesima volta ha scoperto un tradimento del marito, ed Anna parte per convincerla a non lasciarlo.

In questo romanzo però viene anche descritto l’amore puro, quello innocente tra la piccola Kitty e il l’ingenuo Levin.

Insomma gli ingredienti ci sono tutti per vivere un’avventura entusiasmante se deciderete di immergervi nella lettura di questo romanzo “Mostruoso”, e chiaro che io debba fermarmi qui nella sua descrizione, sia perché ho terminato i superlativi, ma anche perché rischierei di raccontarvi tutto, affollando tutte le parole in maniere confusa.

Se vi piacerà il libro, sappiate che esso ha dato seguito anche ad una serie di film e sceneggiati Tv, io ne ho visti due, uno vecchissimo interpretata da una delle più grandi e belle attrici che siano mai esistite e che mai esisteranno che è Vivien Leigh,( lei è la mia attrice preferita).  l’ho adorata in tutti i sui film, primo fra tutti “Via col vento” (poi vi parlerò del libro), ma devo dire la verità, in questo è stata splendida come sempre, ma non mi ha entusiasmata più di tanto. Forse perché mi ero immaginata Anna con delle fattezze diverse da quelle della Leigh, quindi in realtà non mi è piaciuta per la sua fisicità non per l’interpretazione.

L’altro invece è uscito l’anno scorso nel quale Anna era interpretata da Keira Knightley, ecco lei era molto più simile all’Anna creata dalla mia testa, per cui io vi consiglio di guardarlo, anche perché ha utilizzato un altro modo di raccontare, la storia rendendola più dinamica e meno noiosa. Mi sono piaciuti gli interpreti, la fotografia, le musiche è davvero un film da vedere.

Se devo pensare invece ad un dolce che mi ricordi “Anna Karenina”, mi viene in mente la “Sacher Torte”, perché è un dolce controverso, si presenta come un dolce tutto pieno di cioccolata, ma poi all’interno trovi la confettura di ciliegie o di pesche che ti destabilizzano e di fanno ricredere su tutto quanto avevi pensato, credevi di trovare un dolce monotono, ed invece ecco che ti ritrovi a mangiare una scoperta.

La ricetta della sacher torte? E che ne so chiedetela ad un viennese. La ricetta originale è segreta per cui è impossibile riprodurla a casa,  avrete solo una scadente riproduzione e sarà senz’altro una delusione.

Per cui comprate un biglietto per Vienna, andate all’Hotel Sacher, la pasticceria dove conservano l’ingrediente segreto, ordinate una bella tazza di the, sedetevi e mentre gustate questa squisitezza e fatevi rapire dalle parole di Tolstoj, magari mentre in sottofondo suonano un bel valzer viennese.

sacherAnna Karenina

Grazia

Teresa Raquin a suon di castagnaccio

Qualche giorno fa,  mentre facevo zapping, mi è apparso un viso di donna. Sembrava triste e raccontava con grande sofferenza la sua storia per cui mi sono incuriosita, ed ho continuato a sentire quello che diceva.

Nel frattempo passava una didascalia, nella quale c’era scritto che questa donna era la vittima di un clamoroso caso giudiziario.  In pratica aveva subito per anni le violenza del marito, violenze fisiche ma anche e soprattutto psicologiche.

Per tutto il tempo in cui sono rimasta ipnotizzata ad ascoltare la storia di questa “poveretta”, una piccola parte del mio cervello non poteva fare a meno di pensare che quegli occhi non fossero occhi così innocenti, che avessero un “retrogusto” diabolico. Le credevo, credevo ad ogni singolo racconto di abuso, umiliazione e prepotenza da lei subita, ma non so come spiegarvi  cera qualcosa in lei che mi spingeva a stare sull’attenti, a stare sul “non le credo del tutto”.

Nel frattempo pensavo a quale potesse essere stato l’epilogo della storia, visto che i sottotitoli presentavano la storia come un clamoroso caso giudiziario, ma  proprio mentre la storia stava per essere dipanata ed il mistero finalmente svelato, la scritta “fine prima parte” è arrivata a risvegliami dall’ipnosi.

Non potevo aspettare la prossima puntata per cui, sono subito ricorsa a google, ed ecco che lui è arrivato come sempre fido e puntuale e chiarirmi le idee. La conclusione della storia è che lei ha ucciso il marito con 12 coltellate, non una magari sferrata per rabbia o per difendersi, ma ben 12 coltellate. 12 coltellate non vengono inflitte involontariamente o senza consapevolezza, 12 coltellate vengono inflitte con cognizione di causa, volontariamente, a 12 coltellate ci si deve aver pensato tante volte prima. Ma alla fine le 12 coltellate non sono nulla, nel momento in cui poi occulti anche il cadavere gettandolo nel fiume! La signora è stata comunque assolta in quanto lo ha fatto per legittima difesa.

Aldilà delle mio considerazioni, riguardo a questo caso specifico, che non possono essere altro che la signora è sicuramente stata una vittima del marito per tanti anni, ma alla fine lei sì è trasformata in un essere ancora più abominevole e mostruoso.

Comunque, questa storia ad una “malata” di libri come me non ha potuto fare a meno di far venire in mente “Teresa Raquin” di Emile Zola, la storia diciamo che è esattamente la stessa. Zola ci presenta il personaggio di Teresa una ragazza minuta e carina, mai uscita al di fuori della piccola merceria nella quale è cresciuta tanto da averne assimilato persino il cattivo odore.

Teresa è una ragazza mite e remissiva, ed appena la incontriamo all’inizio del romanzo, fa quasi rabbia per la sua accondiscendenza e la sua inettitudine. Vorremmo che si ribellasse che trovasse il coraggio di uscire dalla sua misera situazione, ma anche il personaggio di Teresa, come quello della signora che ho visto in tv nasconde in se in seme della perversione, e nasconde dentro di se il fuoco vivo della passione.

Teresa infatti è costretta a sposare il cugino, uomo insignificante e sempre malato, è rassegnata al suo inevitabile destino fino a che nella loro vita entra un pittore bohemien Lorenzo, che rappresenta per Teresa la molla, la leva che fa scattare tutto il meccanismo di perversione che è presente, ma fino a quel momento addormentato in lei.

Decidono insieme infatti di uccidere il marito di lei, annegandolo al fiume, ecco come molto spesso romanzo è vita reale possono assomigliarsi.

Naturalmente la storia non finisce con l’assassinio del marito, ma ha un epilogo ben più tragico, perché Zola in questo romanzo ci fa ben capire come la vita arrivi sempre a chiederti il conto, come sia vera la legge fisica secondo la quale ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Non vi anticipo come finisce il libro, perché è un romanzo che va letto, e ci si deve sbalordire da soli.

Anche Teresa Raquin naturalmente mi fa venire in mente un dolce, anche se questa è una storia, molto amara e di dolce e carino non ha veramente nulla.

Allora ho pensato ad un dolce, rustico che in realtà dolce non è. Teresa Raquin è un romanzo che fa parte del “naturalismo”, cioè quel tipo di scrittura reale che descrive in modo brutale senza romanzare la realtà vera, più abietta. Ed anche il dolce che voglio presentarvi oggi che è il Castagnaccio, è un dolce vero rustico, appartenente alla povertà contadina.

Il castagnaccio è un dolce dal gusto vero, schietto, non ha creme o dolcezze particolari, non ha nomi altisonanti magari di origini francesi, ed ha al suo interno castagne, olio sale e noci e pinoli in qualche caso. Ma anche il castagnaccio come Teresa, nasconde dietro un aspetto semplice, una certa complessità e perversione.

Mi chiedo quindi un castagnaccio può regalarti la stessa emozione che ti regala una bomba al cioccolato? E un angelo può  essere allo stesso modo un demone? Sanità mentale e perversione possono convivere nella stessa persona? Qual è il limite oltre il quale non esiste più giusto o sbagliato? Può una vittima trasformarsi un essere ancora più brutale del carnefine?

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Grazia